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CATTOLICA FACTORY NEWS
9 nov 2015

Coderdojo, programmare per gioco

Sono palestre, ma non ci troverete all’interno ragazzi che corrono o che fanno esercizi con pesi. Piuttosto li vedrete davanti ad un PC o un Mac, intenti a sviluppare un gioco sul portatile, una semplice App o un blog. Stiamo parlando dei Coderdojo, un network internazionale che ha l’obiettivo di avvicinare i bambini alla tecnologia affinché imparino a sfruttarla per sviluppare il loro ingegno e la loro creatività senza esserne schiavi. Attraverso incontri pomeridiani si cerca quindi di insegnare ai giovani (dai 7 ai 17 anni) le basi della programmazione, stimolando i bambini a collaborare fra loro al fine di dominare le macchine e non a essere dominati.

Il movimento è nato in Irlanda nel 2011 nel tentativo di contrastare il fenomeno del bullismo, incentivato nei ragazzi da pomeriggi trascorsi privi di attività di valore. Da allora CoderDojo si è diffuso in vari Paesi del mondo, fra cui l’Italia, dove a inizio 2012 ha raggiunto 40 città della penisola, acquisendo una sempre maggiore credibilità. Il nome viene dall’unione di due parole: Coder (“colui che programma”) e Dojo (“palestra” in giapponese).

La struttura degli incontri con gli animatori di CoderDojo è proprio questa: una stanza adibita a palestra dove i piccoli programmatori possano creare sul loro portatile dalle semplici stringhe di comando a veri e propri giochi informatici. CoderDojo non è una lezione, ma un gioco, e come tali vengono vissuti dai partecipanti. I corsi, gestiti da volontari iscritti al network, sono gratuiti e non accolgono necessariamente piccoli geni dell’informatica.

Un CoderDojo ha una durata di circa 3 ore e, fra una merenda e una risata, i bambini vengono incentivati a programmare, provare e sbagliare. All’interno di queste palestre hanno preso vita giochi di successo come Pizzabot, sviluppata da un 13enne, capace di superare colossi del settore come Angry Birds o Call of Duty.

Ma non necessariamente da un Coderdojo deve nascere un’App da milioni di dollari. Con questo approccio il bimbo inizia a sperimentare che a specifici comandi corrispondo specifiche azioni e che, se si vuole creare qualcosa di bello, bisogna ragionarci, impegnarsi  e collaborare con gli altri. E questo forse vale più di qualsiasi tipo di App presente sul nostro smartphone.