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CATTOLICA FACTORY NEWS
17 Feb 2016

Collettiva, testarda, culturale: le tre caratteristiche dell’innovazione (che cambia la vita)

Dalla moka al cibo in scatola, dal filo spinato alla forchetta. Raccontare l’innovazione attraverso esempi concreti che aiutino a capire come siano proprio gli oggetti quotidiani, all’apparenza banali, a rappresentare le vere innovazioni in grado di cambiare in positivo, ovvero semplificare, la vita delle persone. Le innovazioni che cambiano la vita era proprio il tema al centro del talk organizzato ieri da Progetto di Vita. Cattolica per i Giovani, in collaborazione con Corriere Imprese, che ha preso il titolo dall’ultimo saggio del sociologo Massimiano Bucchi, ospite della serata insieme a Stefano Micelli, economista e direttore scientifico di Fondazione Nordest e Giordano Riello, presidente dei giovani imprenditori di Confindustria Veneto.

 

Le storie innovative che il libro ripercorre sono legate l’una all’altra da un filo rosso che unisce tre tratti distintivi che, secondo Bucchi, definiscono ciò che è la vera innovazione: «Oggi il termine è abusato al punto da essere diventato vuota retorica – ha spiegato l’autore – per questo ho voluto presentare dieci case history concrete di invenzioni scelte sulla base di tre caratteristiche comuni: il percorso che ha portato alla nascita di ognuno di questi oggetti non è frutto del gesto di un genio solitario ma di un processo collettivo che ha coinvolto l’intera società e le sue abitudini; tale percorso è disomogeneo, non rettilineo: per arrivare all’idea giusta si deve sbagliare e riprovare; l’ultima caratteristica è che si tratta di innovazioni non solo digitali, poiché rappresentano un momento di cambiamento anche sociale, culturale e comportamentale».

 

«Dal libro di Bucchi emerge un’idea ben più complessa e articolata del nuovo come ennesimo prodotto della tecnologia – è intervenuto Stefano Micelli, riportando la riflessione sul territorio e le sue imprese – il suo è un racconto vicino alla capacità innovativa delle aziende del Nord Est, che ci parla di manifattura e cultura materiale. Fermo restando che il digitale è ormai un elemento inaggirabile». «Per un imprenditore, innovare deve significare dare una risposta alle esigenze reali delle persone – ha concluso Riello, offrendo il punto di vista di chi fa impresa – quindi pensare prodotti che possano migliorare le loro vite, ma che sappiano anche rispettare il valore aggiunto della nostra produzione: il made in Italy, perciò il bello e il ben fatto».