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CATTOLICA FACTORY NEWS
9 Nov 2015

I prof a Mattarella: “L’inglese non cancelli l’italiano”

Quando si arriva a scomodare il Presidente della Repubblica, vuol dire che si ritiene la questione assai seria. Se a firmare quella missiva sono più di cento docenti universitari, poi, vale la pena leggerla. La lettera in questione è stata recapitata il 23 ottobre scorso da 126 professori del Politecnico di Milano al Capo dello Stato Sergio Mattarella, atteso per l’inaugurazione dell’anno accademico.

I docenti puntano il dito contro la decisione di tenere tutte le lezioni delle lauree magistrali del’ateneo in inglese, escludendo l’italiano: «Un esempio evidente del deficit democratico di cui soffre oggi l’Università è costituito, per quanto specificamente riguarda il Politecnico di Milano, dalla questione dell’esclusione dell’italiano come lingua di insegnamento nelle lauree magistrali» scrivono i professori. «Davvero, come da Lei recentemente affermato, Signor Presidente, “dobbiamo difenderla anche da noi stessi la nostra lingua rispetto a immotivate sostituzioni con locuzioni di altre lingue o rispetto a destrutturazioni che ne attenuino la grande ricchezza espressiva”». Il rettore Giovanni Azzone ha replicato a stretto giro: «Opinioni assolutamente legittime che però appartengono a meno del 10 per cento del Politecnico».

Conservatori contro innovatori? Paladini dell’italiano contro fan della “lingua franca” del mondo di oggi? L’Italia si è divisa, e continua a farlo. La svolta era stata decisa nel 2012 da Azzone e approvata dal senato accademico del Politecnico il 21 maggio 2013: nei 34 corsi magistrali e in tutti i dottorati del Politecnico l’inglese diventava unica lingua ammessa, nelle lezioni, nei libri di testo, nelle dispense e durante gli esami. Scelta all’insegna dell’internazionalizzazione, per attirare studenti stranieri e preparare meglio quelli italiani alle sfide del mondo globale. Ma non senza controindicazioni: prova ne è la battaglia legale che ha portato nel 2013 alla bocciatura del provvedimento da parte del Tar della Lombardia, poi al ricorso dell’ateneo e del ministero dell’Istruzione che si sono appellati al Consiglio di Stato, il quale nel gennaio 2015 ha sospeso il giudizio passando la patata bollente alla Corte Costituzionale, che deciderà nel 2016.

Secondo il Tar infatti la decisione ha «marginalizzato in maniera indiscriminata l’uso della lingua italiana, che il sistema normativo vuole, invece, preminente e che è funzionale alla diffusione dei valori che ispirano lo Stato italiano» e il Politecnico «avrebbe dovuto consentire la scelta tra l’apprendimento in italiano e quello in lingua straniera».C’è da dire che la riforma Gelmini del 2010 prevede fra gli obiettivi il «rafforzamento dell’internazionalizzazione» anche con iniziative «di corsi di studio e di forme di selezione svolti in lingua straniera». Ma per i critici, e il Consiglio di Stato, abolire l’italiano violerebbe tre articoli della Costituzione:

  • l’articolo 3: «Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge», dunque anche chi non sa l’inglese;
  • l’articolo 6: «La Repubblica tutela con apposite norme le minoranze linguistiche», e se l’italiano sparisce, chi tutelerà gli italofoni del Politecnico?;
  • l’articolo 33: «L’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento», ma qualche professore potrebbe preferire la lingua di Dante per comunicare con i suoi studenti.

Insomma, la faccenda è complessa ma tocca da vicino le sfide dell’università del futuro.