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CATTOLICA FACTORY NEWS
9 Nov 2015

Troppi test nelle scuole: la battaglia di Obama

«Salve a tutti, ho un’interrogazione a sorpresa per genitori e insegnanti di tutto il Paese. Se i vostri ragazzi avessero più tempo libero a scuola, che cosa vorreste che ne facessero?:
A) Imparare a suonare uno strumento musicale
B) Studiare una nuova lingua
C) Imparare a scrivere con il codice HTML
D) Compilare più test standardizzati».

È questa la domanda – ironicamente a risposte multiple – che il presidente Barack Obama ha rivolto agli Stati Uniti il 24 ottobre, con un video postato sulla sua pagina Facebook ufficiale (https://www.facebook.com/WhiteHouse/videos/10153858451374238/). Obama non si è limitato a porre l’inusuale domanda, ma ha anche dato la sua risposta: «Se voi siete come la maggior parte dei professori e dei genitori americani non sceglierete la risposta D. E nemmeno io».

Ha scelto un modo informale e diretto l’inquilino della Casa Bianca per mettere sul piatto una questione che in Nord America è diventata negli ultimi tempi di scottante attualità, ma ha riflessi anche in Europa, e in Italia nello specifico. La questione del cosiddetto Over-Testing, ovvero l’eccessivo ricorso a quiz a crocette per valutare la preparazione degli studenti, degli insegnanti e in generale del mondo della scuola.

Un’ossessione da cui Obama vuole far uscire il suo Paese: «Quando mi soffermo a riflettere sui grandi maestri che hanno contribuito a formare la mia vita, ciò che rammento non è il modo in cui mi hanno preparato ad affrontare un test standardizzato. Ciò che rammento è i modo in cui mi hanno insegnato a credere in me stesso» prosegue nel video, annunciando un “Testing Action Plan” (http://www.ed.gov/news/press-releases/fact-sheet-testing-action-plan) per rimettere mano al meccanismo, implementato durante l’era del presidente George W. Bush con la legge “No Child Left Behind”.

Un recente rapporto del Council of Great City School ha analizzato http://www.cgcs.org/cms/lib/DC00001581/Centricity/Domain/87/Testing Report.pdf il tempo utilizzato per i test in un campione di scuole delle metropoli degli Usa, ed ha calcolato che gli studenti spendono da 20 a 25 ore all’anno per compilare i test, raggiungendo l’apice all’ottavo anno delle scuole dell’obbligo, in cui i test assorbono il 2,34 per cento del tempo passato in classe.

Il punto è che i test stressano gli studenti, ma anche i genitori e gli insegnanti, e rischiano di rappresentare una perdita di tempo, sottraendo ore preziose all’insegnamento – magari più rilassato e collaborativo – di materie importanti. Oltreoceano è cresciuto un movimento contro i test, che in alcuni stati vengono boicottati dagli studenti: si chiama «opt out» la disobbedienza civile che ha portato ad esempio a New York in primavera all’astensione da parte di quasi 200 mila studenti, il 15 per cento del totale. Un dibattito che, sia pure partendo da presupposti differenti, si sta avendo anche in Italia. A finire sotto accusa sono i test Invalsi, che quest’anno avrebbero dovuto essere la base per il Rav – Rapporto di autovalutazione – che ogni scuola dovrebbe realizzare sulla base delle risposte date dagli studenti sulla qualità dell’insegnamento. La prova è stata boicottata da oltre il 20 per cento degli studenti, con punte del 90 per cento di test lasciati in bianco in Sicilia.

Per i critici queste valutazioni vanno a scapito delle scuole già penalizzate, perché chi dai test risulta “migliore” ottiene dallo Stato dei finanziamenti aggiuntivi, e spesso ad aggiudicarseli sono scuole in contesti socio-economici già agiati. I favorevoli al contrario sottolineano come solo partendo da un qualche tipo di misurazione si possano poi approntare politiche specifiche per le singole scuole.